Omicidio Caccia, ergastolo per Schirripa (La Repubblica Torino)

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Rocco Schirripa, il panettiere di Torino accusato dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia, è stato condannato all’ergastolo. “Sono un capro espiatorio, la persona perfetta per questa accusa: un calabrese con precedenti con la giustizia. Un terrone. L’ideale per chi vuole a tutti i costi ottenere una condanna ma non la ricerca della verità”. Schirripa, 64 anni, panettiere fino al giorno dell’arresto nel dicembre 2015, ha chiuso così l’ultima udienza del processo per l’omicidio del procuratore, freddato a colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983 sooto casa sua, in via Sommacampagna a Torino. Per l’omicidio era stato già condannato in via definitiva come mandante Domenico Belfiore, ex capo dell’omonimo clan. Ma sull’intera vicenda, come insiste la famiglia, restano ancora molti misteri. E in Procura a Milano, competente per i reati su magistrati torinesi, c’è anche aperta un’inchiesta a carico di Francesco D’Onofrio, ex militante di Prima Linea ritenuto vicino alla ‘ndrangheta e indagato a piede libero come possibile altro esecutore materiale dell’omicidio, in base alle dichiarazioni di un pentito.

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Nuovi roghi dolosi a Ponticelli: bruciano sterpaglie e rifiuti (Il Mattino)

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Un deserto fatto di cenere, arbusti ancora in fumo, puzza acre che dà fastidio alle narici. Così si presentano, il giorno dopo, le aree in cui ieri le fiamme hanno divorato centinaia di metri quadrati di sterpaglie, ma non solo, nel quartiere Ponticelli.

I roghi, tutti di origine dolosa, hanno interessato varie zone del quartiere nella periferia orientale distruggendo una parte importante del patrimonio verde, in molti casi non manutenuto in modo adeguato. Il danno maggiore all’interno del parco pubblico De Filippo. La parte interessata è quella dei terreni confinanti con le terrazze adibite a orto urbano con ortaggi e piante di ogni genere. Le fiamme hanno danneggiato anche l’altra sezione del parco, ovvero quella chiusa al pubblico in quanto inagibile a causa del verde non curato e della mancanza di numerosi chiusini che sono stati trafugati. Proprio gli alti arbusti presenti nei giardini hanno creato una nube intensa che il vento ha propagato per tutta la zona.

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Dal patto del “tavolino” al Mondo di mezzo (LA REPUBBLICA)

Qualcuno ricorda ancora “u tavolinu”? Nella sua forma embrionale nacque  in Sicilia nella seconda metà degli anni ’80 da un’intuizione imprenditoriale di quello che sarà ricordato come “il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra”, Angelo Siino, che rilevò come per colpa di una concorrenza “sregolata” gli appalti della Provincia andassero straviati da ribassi fuori controllo.

Un Totò Riina inizialmente perplesso accettò di far diventare Cosa nostra “cabina di regia” delle gare siciliane, regolando con precisione certosina gli accordi collusivi tra impresari e la conseguente ripartizione di tangenti tra politici, burocrati, mafiosi. Dopo qualche anno, per affinare un meccanismo che proprio in virtù dei colossali profitti generati aveva suscitato tensioni e malcontento tra i boss rimasti ai margini, si fecero sedere attorno a un nuovo tavolino rappresentanti dei maggiori gruppi imprenditoriali e mafiosi.

 

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NarcoRoma, la nuova capitale della cocaina (LA REPUBBLICA)

Da caput mundi a capitale della coca, e sullo sfondo un Paese distratto, in crisi, un Paese a cui questa politica inadeguata, in perenne campagna elettorale e che occupa ogni centimetro di informazione, riesce a far credere che le sciagure dell’Italia dipendano da migranti e ius soli. Leggere le inchieste e provare a spiegarle richiede tempo e studio e la politica ha il dovere di studiare e spiegare, non di spaventare per guadagnare consenso. Chi ha deciso che non è importante capire come si muovono i flussi di denaro che condizionano le nostre vite? Va da sé che chi lo ha fatto ignora o finge di ignorare che dove le uniche società in attivo sono le mafie non c’è spazio per niente altro. Chi ha deciso che oggi la comunicazione politica – al pari di torte e gattini – deve essere veloce ed esaurirsi in migliaia di like?

 

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La camorra cambia pelle: è diventata “liquida”. L’analisi del procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere Milita (IL MATTINO)

“L’estorsione massificata non esiste più. Ma al di là dei casi singoli e poco significativi, la questione principale è che è cambiata la dinamica. Le associazioni mafiose hanno compreso che sviluppare una maggior attivismo nel settore militare, cioè omicidi e violenza, non paga. Perciò si convertono naturalmente in  associazioni più fluide, meno evidenti sul territorio in modo da mimetizzarsi meglio”.
Alessandro Milita, procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, per anni alla Dda napoletana, dove ha contrastato il clan dei casalesi nel periodo  in cui ancora si sparava per le strade, spiega di come la camorra sia diventata “liquida”, parla di organizzazioni mafiose che si inabissano come un fiume carsico, ma che continuano ad operare seppur con modalità diverse. Lo fa al “Lido Fiorente” nel luogo in cui, l’11 luglio del 2008, il gruppo di fuoco del clan dei casalesi guidato da Giuseppe Setola, uccise il titolare del lido, Raffaele Granata. Una delle numerose vittime della strategia stragista adottata dal clan per ripristinare il controllo mafioso delle estorsioni sul litorale domizio.

 

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