Il punto123 | CALCIO-MAFIA: il binomio che ferisce lo sport più amato al mondo

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Il calcio da quando è diventato un grosso business economico è entrato nella sfera d’interesse delle organizzazioni mafiose.

Come evidenziato da numerose inchieste, il binomio calcio-mafia è caratterizzato da molteplici aspetti divenuti ormai di grande notorietà, principalmente il possesso delle società stesse ed il calcioscommesse. Negli anni il calcio è diventato in Italia un utile mezzo per ottenere consenso elettorale, economico e finanziario: qualche anno fa lo stesso Raffaele Cantone, ex magistrato ed attuale presidente dell’Anac (organismo anticorruzione), notava come “un tempo erano gli imprenditori come Berlusconi,Delaurentiis, Moratti o Della Valle ad acquistare squadre di calcio per fare affari e conquistarsi la popolarità, oggi anche la Camorra segue la stessa strategia con club medio-piccoli, o facendo passare l’immagine di essere in contatto con i grandi delle squadre di serie A”. A tal proposito le mafie sviluppano i propri interessi rapportandosi al calcio delle serie minori dalla serie D alla Promozione perché è qui che vi è la possibilità di riciclare il danaro guadagnato illecitamente, ed è qui che il consenso popolare può crescere. Come scriveva il Corriere nell’ottobre 2012: dalla medaglia d’oro consegnata dal fuoriclasse dell’Avellino Juary al boss Raffaele Cutolo nel 1980, a intere squadre in mano alle mafie come la Mondragonese di Renato Pagliuca ( fedelissimo del boss Augusto La Torre), e la scalata alla Lazio tentata dai Casalesi, sono svariate le testimonianze di questo preoccupante legame.

A sostenere questo scenario è l’allarme contenuto nella relazione sulle “infiltrazioni mafiose e criminali nel gioco lecito ed illecito” della Commissione parlamentare Antimafia del luglio 2016 che evidenzia come le cosche mafiose entrino a far parte dell’assetto societario delle squadre di calcio dei campionati minori al fine di imporre il pizzo agli imprenditori locali sotto forma di sponsor. A proposito di cosche mafiose che si infiltrano nel mondo del pallone, la Commissione ricorda “ che in occasione del sequestro che ha colpito la cosca Pesce di Rosarno, è stato disposto il sequestro anche delle quote di due società calcistiche: la Sapri calcio e la Cittanova Interpiana, intestate a prestanome, che il clan utilizzava per acquisire consensi sul territorio”. Il fenomeno è ormai ben conosciuto dalle forze dell’ordine e dalla Magistratura che negli ultimi anni hanno avviato una vera e propria guerra contro le infiltrazioni mafiose nel mondo dello sport più amato al mondo.

Analoga la posizione presa dal numero uno della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio), Carlo Tavecchio, che, nell’audizione tenuta davanti alla Commissione Antimafia nell’ambito dell’inchiesta su “Mafia e sport”, si è detto favorevole all’introduzione del reato di bagarinaggio ed all’eliminazione delle scommesse nei campionati dilettantistici; Tavecchio ha ribadito che: “ sono d’accordissimo che il bagarinaggio diventi reato penale, sarebbe un notevole deterrente”. Nel corso dell’audizione Tavecchio ha ricordato quanto fatto dalla FIGC per il controllo sull’affidabilità dei soggetti che investono nelle società calcistiche: “ abbiamo emanato delle regole secondo cui le licenze nazionali vengano concesse solo a chi ottemperi a determinate garanzie e abbiamo istituito recentemente delle verifiche su chi possieda più del 10% delle azioni di una società. Queste verifiche consistono nel rilascio del certificato antimafia, delle assicurazioni della banca e di un attestato di onorabilità”.

In conclusione, auspicando una cooperazione sempre più funzionale e continua tra organi di controllo e sportivi, l’augurio è quello di scindere definitivamente il binomio calcio-mafia.

 

Giulio Salimbeni

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Il punto122| Da figlia di un boss a collaboratrice di giustizia: la storia di Rita Atria

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Collaborare con la giustizia non è mai una scelta facile, a maggior ragione se sei cresciuto in una famiglia imbevuta di cultura ed ideali mafiosi, e questo è il caso di Rita Atria.

Rita nasce a Partanna, in provincia di Trapani,  il 4 settembre 1974, è figlia di Giovanna Cannova e don Vito Atria (ufficialmente allevatore di pecore ma in realtà piccolo boss locale). Nel 1985 don Vito viene ucciso in un agguato ed alla morte del genitore Nicola, il fratello di Rita, assume il ruolo di capofamiglia divenendo anche l’unica figura maschile di riferimento nella vita della piccola ragazza siciliana. Il loro rapporto si fa intenso e complice a tal punto da trasformare Rita in una “confidente” alla quale Nicola rivela tanti segreti: i nomi delle persone coinvolte nell’omicidio del padre, il movente e persino chi comanda a Partanna. Nel giugno del 1991 anche Nicola Atria muore in un agguato, ed è in questo contesto storico che  Rita prende la decisione che segnerà per sempre la sua esistenza: collaborare con la giustizia che la sua famiglia le aveva sin da piccola mostrato come nemico astratto da combattere. Questa decisione costa a Rita il disconoscimento da parte dell’intera famiglia dalla quale proveniva, in primis dalla madre, pregna di cultura mafiosa.

Il magistrato Alessandra Camassa, in un’intervista rilasciata nell’ambito del documentario “donne di mafia” prodotto da Sky, motiva la sua scelta con queste parole: “ aveva collaborato con noi perché era l’unica vendetta in cui poteva sperare: far condannare gli assassini del padre e del fratello”. In una delle pagine del suo diario, è essa stessa ad esprimere “ la voglia di vedere altre donne denunciare e rifiutare la mafia”.

Le deposizioni di Rita vengono raccolte da Paolo Borsellino, all’epoca procuratore di Marsala, e dal Magistrato Alessandra Camassa, e consentono alla giustizia di indagare sui meccanismi che regolano le cosche mafiose del trapanese e della Valle del Belice, delineando gli scenari di una faida sanguinaria ( più di 30 omicidi) tra la famiglia Ingoglia e gli Accardo; inoltre le testimonianze di Rita consentono agli inquirenti di recare un colpo micidiale alla mafia di Partanna sancendo l’arresto di 43 uomini d’onore tra cui il sindaco democristiano Vincenzo Culicchia ( in carica per 30 anni). All’inizio della collaborazione la giovane si mostra particolarmente diffidente ma Borsellino riesce a far sì che tra i due si venga a creare una così forte empatia a tal punto che Rita in una lettera scritta al magistrato siciliano afferma: “ finchè voi resterete al mio fianco, io non avrò paura di parlare”. Come sottolineato in precedenza, la decisione di Rita di collaborare viene respinta da tutte le donne della famiglia, ed a fornirci la motivazione di ciò è la stessa giovane che in una lettera afferma: “ nella mia comunità è più grave parlare con un giudice che uccidere un amico”. Ad alcuni mesi dall’inizio della collaborazione, Rita si vede costretta a trasferirsi a Roma, nel 1992, sotto protezione e falso nome e non rivedrà più la madre nonostante i tentativi da parte dello stesso Paolo Borsellino

di far sì che Giovanna accetti le scuse della figlia; ma un evento segna drammaticamente per l’ennesima volta la vita di Rita: l’uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta avvenuta il 19 luglio 1992 in via D’Amelio.

“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto che ha lasciato nella mia vita. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi: Borsellino sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta”. Queste parole scritte nel suo diario lasciano trasparire da un lato il profondo cambiamento morale di Rita che passa dall’avere una diffidenza iniziale  ad avere una forte determinazione di unirsi alle istituzioni nella lotta antimafia, ma dall’altro svelano anche come la morte del giudice abbia fatto sì che diventasse molto fragile e vulnerabile .

Il 26 luglio, una settimana dopo la morte dello “zio Paolo”, Rita Atria si suicida gettandosi dal settimo piano  del palazzo in cui vive; ma il calvario di Rita prosegue anche da defunta: a distanza di qualche mese la stessa Giovanna distrugge con un martello la lapide della figlia posta sulla tomba di famiglia, per cancellare la presenza di una “ fimmina lingua longa e amica degli sbirri” come l’aveva definita qualche suo compaesano.

Rita Atria per molti rappresenta un’eroina, per la sua capacità di rinunciare a tutto, finanche agli affetti della madre, per inseguire un ideale di giustizia attraverso un percorso di crescita interiore che la porterà dal desiderio di vendetta al desiderio di una vera giustizia. Rita non era una pentita di mafia: non aveva mai commesso alcun reato di cui pentirsi. Ci si riferisce a lei come testimone di giustizia, figura questa che è stata legislativamente riconosciuta con la legge 45/2001. Poche donne hanno avuto il coraggio di collaborare all’età di 17 anni, e la figura di Rita è destinata a restare uno degli emblemi della lotta alle mafie.

 

Giulio Salimbeni

inTESI | La Tratta Nigeriana. Viaggio all’interno della globalizzazione mafiosa in Italia

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Titolo tesi: La Tratta Nigeriana. Viaggio all’interno della globalizzazione mafiosa in Italia
AutoreRita Annunziata
Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
aa2016/2017

L’obiettivo della ricerca: Viaggio all’interno della globalizzazione mafiosa in Italia è un viaggio scientifico e razionale alla ricerca delle cause scatenanti del fenomeno della tratta nigeriana a scopo di sfruttamento sessuale. Applicando alcune teorie sociologiche ed economiche al fenomeno, si è tentato di trovare una spiegazione all’agire tanto della criminalità organizzata transnazionale, quanto delle stesse giovani nigeriane e delle loro famiglie, complici spesso non tanto inconsce del loro destino. Inoltre, nel corso del lavoro, è stata focalizzata l’attenzione sul caso dell’Italia, dove è stato stimato che – secondo i dati del Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio del 2017 – sono più di 9 milioni (il 45.14% dei residenti) gli italiani che vanno abitualmente a comprare sesso. In conclusione, lo studio delle ramificazioni, della formazione e del funzionamento delle principali organizzazioni criminali mafiose, ha permesso di approfondire ed evidenziare l’esistenza di importanti legami di convivenza e convenienza tra la criminalità organizzata nigeriana e quella italiana (in particolare quella casalese), frutto di un sistema di corruzione e di deviazione che frammenta l’Italia e la rende complice di un fenomeno tanto dilagante.

La frase: Le vedi ai bordi delle strade. Sembrano nidi insicuri, ali spezzate negli occhi vacui, pelle scoperta, fredda, impronte digitali a marchiarne il dolore. Sfregano le mani accanto a un fuoco fatuo, il capo chinato, la schiena improvvisamente eretta allo scorgere dei primi fari di un’auto in lontananza, poi di nuovo curve, stanche, distrutte da uno sfruttamento dilaniante. Sono giovani, spesso giovanissime. Giovanissime donne che meriterebbero di essere strette tra le braccia e cullate da un amore ben distante dal viscido desiderio sessuale. Giovanissime donne che tremano nella loro solitudine, girano lo sguardo, travolte dallo spavento se solo provi a tendergli un’ancora, una strada, una possibilità.
Le vedi, quelle giovanissime donne, con la loro pelle scura, i loro occhi carbone, le loro gambe lunghe in calze troppo strette, le loro forme insicure, quasi a volerle celare in cambio di un respiro in più, un attimo in più prima del supplizio.
Le vedi, quelle giovanissime donne, ai bordi delle strade, e le guance iniziano a scaldarsi, a diventare il fuoco che dovrebbe ardere al loro fianco, gli occhi fiumi in tempesta, le mani tremanti si tendono, fino a sentir dolore, nel tentativo vano di poterle sfiorare, salvare.
Le vedi, quelle giovanissime donne nigeriane, vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale, e tutto ciò che puoi fare è scrivere, scriverne, dar voce ai loro sospiri silenziosi, nella speranza mai flebile di un cambiamento.

Parole chiave: prostituzione, Nigeria, mafia, globalizzazione, vittime, tratta, sfruttamento

L’autore oggi: Ricercatrice presso il Centro di ricerca “Res Incorrupta” dell’Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa, collabora con la galleria d’arte contemporanea “Mapilsgallery” in qualità di addetto stampa. Lavora, inoltre, con la redazione di Class TV di Milano nell’ambito della produzione di trasmissioni televisive in onda sui canali della casa editrice.

Il punto201 | Felia Allum: l’effetto ombelico dell’Invisibile Camorra

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Non è stato ancora tradotto in altre lingue il nuovo libro della scrittrice inglese Felia Allum, docente di Italiano e Scienza Politica all’Università di Bath in Gran Bretagna. Non ancora, ma l’importanza del tema trattato e la meticolosa ricerca scientifica condotta dall’autrice, spingono anche i lettori non anglofoni ad interessarsi con particolare attenzione alla nuova opera letteraria.

Il libro, intitolato “The Invisible Camorra: Neapolitan Crime Families Across Europe” ed edito da Cornell University Press nel 2016, è stato presentato dalla scrittrice presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli nel quadro del seminario “Letteratura e Mafia” organizzato dal professore Isaia Sales, docente di Storia delle Mafie e al quale hanno preso parte anche i magistrati Michele Del Prete della Direzione Nazionale Antimafia e Pierpaolo Filippelli, Procuratore Aggiunto di Torre Annunziata.

Il libro è una ricerca approfondita sull’espansione e sul radicamento della Camorra in alcuni dei Paesi europei nord-occidentali, quali la Gran Bretagna, l’Olanda, la Francia e la Spagna, in un periodo storico che va dal 1980 al 2015. Felia Allum spiega come il fenomeno camorristico si differenzi dalle altre realtà mafiose meridionali italiane – la ‘Ndrangheta calabrese e Cosa Nostra siciliana – nella loro espansione ultra-nazionale, in quanto quest’ultime usano ancorarsi sul territorio al pari della matrice familiare in terra natale. Dunque le cosche si stabiliscono all’estero e agiscono secondo le modalità solite di estorsione e di spaccio utili alla presa di potere di un determinato territorio. Per le famiglie di Camorra, invece, il radicamento in una determinata area socio-geografica non avviene alla stessa maniera in quanto – come dimostrano gli studi della professoressa Allum – per la Camorra il centro economico e affaristico resta sempre e comunque la città di Napoli: i camorristi si spostano all’estero soltanto qualora vi siano ingenti attività economico-finanziarie da sfruttare. Non v’è un fenomeno d’immigrazione campana fuori dall’Italia come avviene per le famiglie calabresi; la Camorra è fluida, liquida e non tende a colonizzare un determinato luogo bensì a depauperarlo a lungo affinché gli approfittatori si arricchiscano sulle sue spalle. Nei vari capitoli la ricercatrice conduce una panoramica che verte sui Paesi europei centro-occidentali, tralasciando i paesi dell’Est che, come lei sostiene, meriterebbero in altra sede un egual studio approfondito. Primo Stato analizzato nel testo è la Spagna, paese nel quale la Camorra negli anni ha fortemente investito nei settori dell’edilizia e della ristorazione. Esempio lampante è stato Raffaele Amato, capo del Clan degli Scissionisti di Scampia, che per diversi anni riparò nel paese spagnolo continuando la sua attività criminale di spaccio e riciclaggio. Inoltre quest’ultimo è da sempre la porta d’ingresso principale del traffico di stupefacenti in Europa proveniente dal Sud America. Secondo paese per importazione di cocaina e per rapporti con i narcotrafficanti è l’Olanda, il cui Porto di Rotterdam (il più grande d’Europa) riveste un ruolo di primo piano nelle rotte internazionali. Anche la Francia è stata ed è al centro di traffici di stupefacenti, e non solo, su scala continentale. I Milieu corsici o marsigliesi sono noti, infatti, per aver da sempre avuto rapporti e alleanze con i clan camorristici napoletani. Il caso del Clan Sarno o del boss Michele Zaza ne sono un esempio. “Tre sono gli elementi essenziali affinché un clan si possa espandere all’estero – afferma il procuratore Filippelli – il popolo, in quanto gregari e simpatizzanti, il territorio e la sovranità”. Si quest’ultima è la caratteristica chiave che viene a verificarsi quando un clan impone il suo potere oramai “legittimato” su un determinato territorio.  L’attenzione del magistrato Del Prete, invece, volge sull’attività dei magliari che se decine di anni fa non si occupavano che di qualche piccolo affare locale svolte al fine di racimolare qualche spiccio per la giornata, oggigiorno sono un fenomeno europeo, se non mondiale, volto a creare una fitta rete di agganci, informatori, lavoratori fedeli al soldo, utili ai traffici internazionali di stupefacenti, di armi e di prostitute. I magliari sono utilizzati dalle famiglie di Camorra anche per la tempestiva sparizione dei latitanti. Questo fenomeno, Felia Fellum, lo chiama “effetto ombelico”: Napoli e la Campania sono il centro di tutto e attraverso questa fitta rete di magliari i soldi vengono rispediti indietro affinché possano essere pagati gli affiliati. “La mia ricerca è durata sette anni – spiega la scrittrice – in un primo momento ho cercato informazioni presso gli archivi giudiziari e la polizia inglese, ma ricevevo solo risposte scettiche e negative, abituati a trattare la Camorra come un argomento distante e non ancora giunto nel Regno Unito. Solo venendo in Italia, e trovando persone che si sono appassionate al mio studio, ho capito quanto la situazione fosse in realtà diversa”. Europol, Archivi di Stato, interviste a testimoni di giustizia, archivi della DNA sono solo una parte del lungo e profondo lavoro di ricerca effettuato dalla studiosa inglese. Ed infatti alle domande dei presenti in sala ha risposto che nella stesura del libro ha perseguito sempre un punto di vista della vicenda completamente inusuale.

La Camorra dunque, nella sua ontologica essenza di realtà criminale orizzontale, si distingue dalle altre criminalità mafiose italiane per la sua struttura ribelle e paritaria, dove l’assenza di evidente verticalità di comando comporta si una penetrazione meno radicata sul territorio straniero ma una più dinamica e attenta diffusione volta a cogliere i guadagni di ogni affare economico illecito e criminale. Lo studio della Fellum è sottile e preciso, attento a dipingere il profilo del meridionale, e in particolare del napoletano, come quello di un uomo non particolarmente dedito al viaggio di piacere, ma che la sua capacità fuori dal comune di mercanteggiare e di stringere affari, porta spesso a partire lontano dalla propria terra. Come dice Saviano: “…nella storia briganti o emigranti: questo il destino dei meridionali”.

Jean Daniel Patierno

APPUNTAMENTO | Il convegno-proiezione di Camorriste (seconda stagione)

In occasione della messa in onda della serie “Camorriste
sul canale Crime+Investigation (canale 118 Sky)

Domani, giovedì 16 novembre 2016 alle ore 15.30
presso l’aula M dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa

si terrà la proiezione del primo episodio della seconda stagione della serie, con a seguire un dibattito sui nuovi ruoli delle donne all’interno delle organizzazioni criminali.

 

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