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Titolo tesi: MAFIA e CHIESA: tra la cupola di San Pietro e la cupola di Cosa Nostra

Autore: Giulia Starace
Università: Università degli Studi Suor Orsola Benincasa
aa: 2014/2015

Il mio lavoro di tesi si basa sui vari rapporti che ci sono tra le organizzazioni criminali di stampo mafioso, presenti sul nostro territorio, e la religione cattolica. Le organizzazioni a cui si fa riferimento (Cosa Nostra, Camorra, ’Ndrangheta e Sacra Corona Unita) durano ormai da circa 200 anni e ciò è dovuto anche al silenzio e alla “collaborazione” da parte della Chiesa. Sembra strano poter credere che appartenenti ad associazioni criminali possano intrattenere un rapporto tranquillo con la religione cattolica. Le organizzazioni criminali sono ricche di riferimenti religiosi: ad esempio sono presenti nel nome stesso di uno di esse come la criminalità pugliese, che come abbiamo prima visto è chiamata “Sacra Corona Unita”; ma ritroviamo anche riferimenti per quanto riguarda la mafia calabrese, in quanto la “’Ndrangheta” viene anche denominata “la Santa” e “santisti” sono i membri dell’organizzazione. C’è anche la “Cupola”, che sta ad indicare il vertice della mafia siciliana e “il Papa” si riferisce in genere a colui che è al capo della cupola. Uno dei temi più delicati però è quello del perdono. I mafiosi, quando si tratta del perdono, parlano sempre del cosiddetto “pentimento senza riparazione”, o chiamato in gergo giudiziario “dissociazione”, cioè quel pentimento che avviene all’interno dell’anima della persona, che deve avvenire solo dinnanzi a Dio. Questo pensiero è lo stesso anche per la Chiesa, che ritiene non solo che il pentimento debba essere solo quello interiore rivolto a Dio, ma anche che è più importante salvare l’anima di un singolo individuo che testimoniare e scoprire altri rei. La vicenda di Padre Mario Frittitta, parroco della chiesa Santa Teresa alla Kalsa di Palermo, è emblematica. Il sacerdote venne arrestato nel 1997 poco dopo l’arresto del boss Pietro Aglieri. Padre Frittitta non solo avrebbe celebrato la messa nel covo del latitante un paio di volte a settimana, ma lo avrebbe dissuaso dal collaborare con lo stato, dicendo che pentirsi accusando gli altri non è da buon cristiano. Alla fine fu assolto dalla Corte di appello con la motivazione che egli avrebbe operato semplicemente all’interno di un diritto. Dopo la sua liberazione, in un’intervista ha dichiarato che un sacerdote ha il compito di far ritornare sulla retta via la cosiddetta “pecorella smarrita” e non di raccogliere informazioni per offrirle ai magistrati. Per fortuna non tutti gli uomini di chiesa hanno taciuto dinnanzi alla mafia. C’è stato addirittura chi della lotta alle mafie ne hanno fatto una questione di vita, proprio come ad esempio don Giuseppe Diana. Egli è un prete conosciuto soprattutto per il suo impegno contro la mafia e proprio per questo il 19 marzo del 1994, il giorno del suo onomastico, venne assassinato all’interno della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe mentre preparava l’altare per celebrare la messa. Quest’ omicidio di puro stampo camorristico fece scalpore in tutta Italia. Negli ultimi anni, grazie a Papa Francesco, si è iniziato a parlare per la prima volta di “scomunica ai mafiosi”. La scomunica è l’arma più potente tra quelle che ha a disposizione la Chiesa e prevede la totale esclusione del soggetto che la riceve da qualunque sacramento. La scomunica non ha tanto importanza per il singolo individuo quanto per il messaggio che dà alla società. Siccome le mafie si basano su una specie di “consenso sociale”, la scomunica potrebbe danneggiarle.

La frase: “A me non importa sapere se Dio esiste, mi interessa sapere da che parte sta” cit. don Peppino Diana (p.2)

Parole chiave: cupola

L’autore oggi: neo-laureata in Scienze della Comunicazione

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