Potrei guardare per ore senza stancarmi i miei figli che giocano. La più piccola ama scartare cioccolatini e battere torroncini uno contro l’altro per sentire “toc toc”; il più grande fa costruzioni complicate e salta, corre, gioca con la palla. Guardandoli, riesco a ricordare la sensazione di appagamento di quando coccolavo la mia bambola preferita o di quando non mi staccavo, se non per dormire, dal mio hula hop. Sono cresciuta e gioco ancora, gioco con loro, con i miei bimbi e ritorno un po’ bambina anche io.

Il gioco… che formidabile scappatoia dai pensieri quotidiani! Che grande strumento di libertà!

Eppure non per tutti è così.

C’è chi dal gioco è stato imprigionato, chi è schiavo di esso, chi non riesce a fare altro.

Ci sono persone malate, malate di ludopatia, una malattia grave da cui senza un buon aiuto specialistico è difficile uscire.

È una malattia per così dire sociale perché queste persone non soffrono per il loro morbo chiuse dentro le loro case,ma sono perennemente nelle sale giochi; spesso smettono di lavorare, dilapidano i patrimoni familiari, per avere quella liquidità che gli consente di giocare, commettono furti, si riducono  a chiedere prestiti usurai.

Come nel caso della droga, anche quello del gioco è un campo di incontro tra persone “normali” e mondo criminale, in particolare quello delle mafie.

Esse, infatti, investono nel gioco d’azzardo, non soltanto per garantirsi “grandi entrate” e per “pulire il denaro sporco”, ma anche perché una grande diffusione dell’offerta del gioco favorisce l’ampliamento dello spazio in cui  praticare usura, riciclaggio ed estorsioni.

Come gli sciacalli che si nutrono delle carcasse di malcapitati animali, cosi le mafie traggono linfa vitale da corpi senza anima, lucrando sulle piaghe, sulle miserie, sulle malattie altrui.

Altro che uomini d’onore!

E, d’altro canto, anche a livello legislativo si potrebbe far di più e meglio, per garantire che il gioco resti simbolo di libertà e non di schiavitù.

Simona Melorio

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