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Intervista a Renato De Scisciolo, coordinatore regionale F.A.I. antiracket Puglia e presidente associazione antiracket.

In genere si ritiene la mafia pugliese meno pericolosa delle altre. La pensa anche lei così?
«Sostanzialmente le mafie pugliesi sono abbastanza chiuse nel loro territorio. L’organizzazione criminale di stampo mafioso più potente e pericolosa in Puglia è quella di Foggia. La Sacra Corona Unita è presente nelle province di Lecce e Brindisi. A Bari, invece, ci sono varie famiglie criminali. Sia la Sacra Corona Unita che la criminalità organizzata del barese hanno fatto registrare un buon numero di pentiti di mafia. In provincia di Foggia, invece no,  i mafiosi non si pentono.»

Quali  sono i reati tipici di queste mafie?
«Usura, estorsioni, spaccio di droga, traffico di armi e prostituzione per la S.c.u. e le organizzazioni criminali di Bari. Estorsioni, droga e armi in provincia di Foggia. Il business dei videopoker è diffuso soprattutto in provincia di Bari (Bitonto e Altamura, ad esempio) con esercizi che fanno capo direttamente ai capiclan.»

A proposito delle estorsioni, le associazioni antiracket sul territorio pugliese hanno fatto registrare qualche successo?
«A Vieste tre imprenditori hanno denunciato i loro estorsori, dando vita all’operazione “Medioevo” e la stessa cosa è avvenuta anche a Bari, che, da quel che si sa, è fortemente condizionata dalle estorsioni. L’operazione “Pilastro” ha smascherato il racket del cemento, ovvero una sorta di monopolio imposto dai mafiosi sulla vendita dei sacchi di cemento. E questa imposizione di prodotti avviene anche nel settore della gastronomia: a Foggia una pizzeria era costretta ad utilizzare soltanto le mozzarelle imposte dai clan. Si denuncia ma certamente si denuncia meno del necessario.»

Cosa potrebbe incentivare gli imprenditori vittime di estorsioni a denunciare?
«Sarebbe fondamentale garantire una maggiore fiducia nelle istituzioni e questo anche attraverso leggi più moderne. È vero che la legge antiracket e anti usura, la 44/99, ha rappresentato un cambiamento importantissimo nella lotta al pizzo, ma è vero anche che oggi tale legge presenta delle criticità. Ad esempio il sistema della sospensiva previsto dall’articolo 20 è un punto dolente. In 300 giorni è praticamente impossibile accedere al fondo di solidarietà da parte degli imprenditori e così ricominciare l’attività. Le prefetture spesso non riescono neppure a valutare il danno.  Per giunta sospendere per un anno i pagamenti agli imprenditori che denunciano  significa che, trascorso tale tempo, si troveranno a dover pagare senza aver avuto ancora accesso al fondo.»

Che cosa si può fare?
«A Barletta è stato inaugurato un nuovo modo di essere vicini alle vittime di estorsioni: chi denuncia ha diritto a sgravi sulle tasse comunali. Ci stiamo muovendo perché questo avvenga anche nelle altre province pugliesi. Un’altra cosa importante è fare più pubblicità sul territorio dell’antiracket. Chi vuole denunciare a volte non sa neppure a chi rivolgersi. Noi abbiamo avviato una serie di attività di informazione presso le scuole e anche presso l’Università di Bari.»

Dunque un occhio rivolto alle giovani generazioni. A proposito dei minorenni, quanto questi sono coinvolti negli affari delle mafie pugliesi?
«A Foggia e a Lecce non sono particolarmente coinvolti. A Bari si, soprattutto nello spaccio. I clan facevano spacciare droga ai minorenni a bordo di motorini anche a Bitonto.»

Qualcosa da aggiungere?
«Solo rimarcare che la lotta al racket ha bisogno di più informazione e di modifiche legislative.»

(Intervista a cura di Simona Melorio)

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