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Intervista ad Andrea Malaguti, giornalista de ‘La Stampa’ e autore dei due reportage sulla mafia a Foggia e a Napoli.

Come è nata l’idea dei due reportage sulla criminalità organizzata di stampo mafioso a Napoli e Foggia?
«Nel corso di un incontro con il Capo della Polizia avvenuto a Roma all’inizio dell’anno sono emerse due evidenze criminali: le “stese” di Napoli e la mafia di Foggia di cui si parla molto poco.»

Ci sono differenze sostanziali tra i due mondi criminali descritti nei reportage?
«A Foggia c’è una criminalità radicata con varie ramificazioni. C’è la criminalità del Gargano e quella di Foggia. Poi c’è la criminalità organizzata di Cerignola con famiglie radicate sul territorio che si dedicano soprattutto alle rapine ai caveau in tutta Italia. A Napoli, invece, ci sono bande di giovani che rivendicano il territorio. Sono organizzazioni non radicate e perciò più pericolose. Le forze dell’ordine intervengono, ma ciò non impedisce le “stese”. Evidentemente serve qualcosa di più. Evidentemente mancano la dimensione sociale, le scuole, gli incontri collettivi.»

Nei suoi reportage lei parla di omertà. Pensa che essa dipenda più dalla paura di ritorsioni o dalla connivenza col mondo mafioso, dalla condivisione di valori con esso? E quale delle due realtà secondo lei è più omertosa
«L’omertà accomuna entrambi i luoghi. Con essa avviene la certificazione dell’esistenza della mafia. Omertà, infatti, non significa soltanto minacce o incendi dolosi, significa anche perdita della clientela per chi decide di non pagare il pizzo. A Foggia,dove si stima che 8 negozi su 10 sono vittime del racket, una esercente che ha denunciato i mafiosi è stata bersaglio non soltanto della violenza aggressiva dell’organizzazione criminale ma anche del biasimo sociale, perdendo clientela e persino ricevendo sputi sull’auto. Sebbene ribellarsi al racket fa sentire bene, bisogna fare talvolta i conti anche con la riprovazione del mondo non criminale.»

Le forze dell’ordine, dunque, fanno fatica ad intervenire, perché si denuncia poco. Lei pensa che i giornalisti siano in qualche modo avvantaggiati nel raccogliere le confidenze delle vittime del racket?
«In generale credo che ci sia diffidenza e distanza anche nei confronti dei giornalisti seppure in misura minore che nei confronti delle forze dell’ordine.»

Che cosa secondo lei non è ancora stato raccontato delle mafie?
«Molte cose. Innanzitutto, com’è possibile il rifornimento di armi da parte delle mafie e  com’è possibile il rifornimento della droga in luoghi, specie Napoli, in cui ci sono delle vere eccellenze, non stiamo parlando di paesi arretrati. Esistono strumenti per contrastare tali organizzazioni criminali, ma non vengono utilizzati. Nel quartiere Sanità a Napoli, ad esempio, c’è solo una scuola elementare, non c’è una scuola media e anche l’ospedale vogliono chiudere! Per alcuni è un’abitudine vivere in maniera illegale.»

A proposito di minorenni, crede che siano coinvolti nelle attività criminali in egual misura a Foggia e a Napoli?
«No. A Foggia c’è una criminalità più adulta e più radicata. Nel centro di Napoli oggi stanno avvenendo dei tentativi di affermazione sul territorio da parte di nuove leve. La platealità nasce proprio da questo. Le mafie adulte sanno che è meglio non attirare la repressione delle forze dell’ordine e quando questa c’è, le mafie che sono razionali, si spostano in altre zone.»

Che fare contro fenomeni criminali tanto odiosi?
«Serve una scuola, un teatro, delle organizzazioni di condivisione, serve assistenza sociale, servono più opportunità. L’iniziativa di Tano Grasso a Foggia di esporre nei cantieri dei cartelloni con la scritta “Qui niente pizzo” è decisamente positiva. Bisogna dare segnali forti soprattutto ai giovani.»

A proposito di giovani, pensa che la prassi adottata dal Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria di togliere la patria potestà ai mafiosi, consentendo l’adozione dei loro figli (spesso da parte di famiglie del nord dell’Italia), sia una iniziativa giusta?
«In Calabria c’è un forte radicamento familiare delle mafie. La cultura mafiosa si tramanda di padre in figlio e spesso i figli vendicano gli omicidi di padri e madri. Ma i figli non devono essere strumento della follia omicida dei loro genitori e dare loro la possibilità di vedere che esiste un mondo diverso appare quanto mai opportuno. Certo il discorso è molto delicato e non ho una certezza che questa sia la soluzione.»

Intervista a cura di Simona Melorio

1. LEGGI L’INCHIESTA ‘VIAGGIO NELLA NAPOLI DEI KILLER RAGAZZINI’ A CURA DI ANDREA MALAGUTI SU ‘LA STAMPA’
2. L’ANALISI DELLA SITUAZIONE CRIMINALE IN PUGLIA A CURA ANDREA MALAGUTI DE ‘LA STAMPA’

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