Quando il suicidio era ancora reato in alcuni Paesi veniva punito con la confisca da parte dello Stato di tutti i beni alla famiglia del suicida. Uccidersi era un affronto al signore che perdeva così forza lavoro e, a titolo di indennità, si rifaceva sul patrimonio della famiglia del morto. Una punizione trasversale, che non colpisce cioè direttamente il colpevole, ma crea danni alla di lui famiglia. Tradire la fiducia del signore comporta una punizione (vendetta) da parte dello stesso. La famiglia viene cioè considerata una cosa propria del suicida, una sorta di orpello della sua persona.

Quando la mafia compie una vendetta trasversale lo fa nello stesso spirito.

Se un affiliato tradisce la famiglia mafiosa, diventando collaboratore di giustizia, pentendosi, riceverà probabilmente una protezione, ma la sua famiglia no. Meglio rivalersi sui figli, piuttosto che aspettare di avere sotto tiro “l’infame”.

Perché chi tradisce un “infame” è. Ed essere un “infame” significa porsi fuori da un sistema, rinnegare le sue regole, voltare le spalle ad un mestiere che non è solo un lavoro, ma è piuttosto un “voto”. Perché non si smette di essere mafiosi in nessun momento della giornata, in nessun momento della vita, non esiste un orario di lavoro, non esiste una pausa pranzo o un momento per sé.

Esiste solo l’obbedienza e il silenzio… come con le monache di clausura o i frati all’interno del loro convento, se il paragone non sembrasse blasfemo.

Il silenzio (non vedo, non sento, non parlo) è finalizzato a tenere gli affari sporchi delle mafie chiusi all’interno delle famiglie criminali. Nessuno deve sapere, se si vuole sfuggire alla condanna dello Stato. Nessuno deve mettersi a rischio di poter essere condannato. E allora il silenzio, l’omertà, è la strada giusta, la più razionale.

L’omertà garantisce l’impunità e chi non rispetta paga. La deve pagare perché tradisce un segreto, espone la organizzazione al rischio, “canta” per un pubblico troppo vasto un concerto che doveva essere per pochi intimi.

Non commette semplicemente un errore, “l’infame”, commette l’errore; sfida l’organizzazione, pugnalandola al cuore e al cuore deve essere pugnalato, perché nessun altro abbia l’ardire di fare altrettanto, perché soffra le stesse sofferenze che infligge al sistema criminale.

Il sangue è la “buona uscita”, il t.f.r. da un lavoro non lavoro, da una vita ad una vita altra. È l’unico modo per rimettere in equilibrio un sistema squilibrato che non può permettersi scricchiolii e incertezze, che deve essere una macchina perfetta, una fuoriserie.

E allora si uccide senza pietà. Si uccidono familiari di pentiti, i figli soprattutto, vittime incolpevoli di un sistema che non possono comprendere. Li si condannano ad essere proprietà di un padre, cose e non persone. Li si condanna a morte in base alla legge del possesso e dell’onore.

Si lava nel sangue l’onta del tradimento e della incapacità di essere una struttura affidabile e forte. Si ripristina con l’omicidio la credibilità di un sistema che ha fatto una “figuraccia” a causa di un comportamento irresponsabile di un singolo, dimostrando così una imperdonabile impotenza.

È fatta vendetta, vendetta trasversale. Si è ripristinato il controllo sul territorio attraverso violenza e  terrore.

Questa è mafia.

Questa è un’organizzazione per nulla moderna, un sistema che non perdona, un odioso sistema criminale.

Simona Melorio

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