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“Il neonato è morto tra le braccia della madre […] la donna ha cercato di fargli da scudo. […] Forse voleva che l’ultima sensazione provata dal bimbo in questo mondo fosse il contatto col suo seno”.
Così inizia l’intervento conclusivo della seconda giornata dei Dialoghi, con una intensa Rosaria De Cicco che legge le prime pagine de “Il potere del cane” di don Winslow.
Silenzio in sala, occhi lucidi, poi sorrisi. Una parte del cervello pensa che in fondo non si sta raccontando nulla di vero, è solo un romanzo, una finzione, per giunta molto, troppo cruenta, da film.
Un’altra parte ritorna alle parole pronunciate poco prima da Daniela Rea Gómez (giornalista messicana) e dal suo interlocutore del quarto dialogo, don Tonio dell’Olio.
I loro racconti freddi, per nulla romanzati, sono agghiaccianti: uomini scomparsi (desaparecidos), donne e bambini giustiziati, giornalisti minacciati.
Traffico di organi, traffico di armi e soprattutto traffico di droga sullo sfondo.
I cartelli del narcotraffico messicano usano la violenza in maniera sistematica: con essa si impongono sul territorio nazionale e sui mercati internazionali.
La droga, quella maledetta droga.
Quante vittime fa?
È una lunga scia di sangue che parte dal sudore dei campesinos del sud America, continua con la lotta per il territorio e il mercato, arriva a migliaia di chilometri di distanza a provocare le guerre per le piazze di spaccio, si conferma nei corpi dilaniati dei consumatori più accaniti, dei tossicodipendenti, dei morti per overdose.
Milioni di morti, milioni di vittime per cui difficilmente viene chiesta giustizia. Una vera emergenza che parte dalla guerra non dichiarata, ma tutti i giorni combattuta in Messico.
Una guerra in cui si perdono i confini tra buoni e cattivi, perché spesso i cattivi sono proprio quelli che dovevano garantire il rispetto delle regole, la vittoria della giustizia.
Polizie corrotte e istituzioni malate sono protagoniste essenziali della sopravvivenza dei cartelli della droga in sudamerica. Lo racconteranno anche Nicola Gratteri e Massimo Bordin nel corso del settimo dialogo.
Quella droga fatta di piante, come dirà il magistrato, ma anche di acetone, soda caustica, urina di maiali,  quella droga uccide.
Quella droga è la ragione delle ‘stese’ a Napoli, la ragione per spartirsi il territorio per poter avere il proprio guadagno,  come ricorda il presidente del tribunale per i minorenni di Napoli, Maurizio Barruffo, nel corso del quinto dialogo.  Le ‘stese’ hanno lo scopo di conquistare terreno nello spaccio di droga. Minorenni malati di protagonismo e di danaro aspirano così a  diventare interlocutori autorevoli sul ‘mercato del veleno’.
È questo il futuro che vogliono costruirsi, l’unico a cui aspirano, l’unico che conoscono.
Il problema della droga non è solo la tragedia del Messico, non è solo qualcosa di terribile, ma lontano da noi. È  dentro le nostre città, nelle nostre strade, tra consumatori senza speranza e spacciatori con speranze sbagliate.
Bisogna intervenire, presto.

Simona Melorio

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