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“Non è uno stato, non bisogna commettere l’errore di considerarlo tale. L’Isis è una banda di criminali, con essa non si tratta (come si farebbe con uno Stato ),  ma al crimine si risponde con il diritto e la giustizia”. Queste le parole del Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti nel corso del sesto Dialogo sulle mafie. E la prof.ssa Shelley, uno dei massimi esperti di terrorismo, gli fa da eco, sottolineando che la vera forza del terrorismo, in particolare di quello dell’Isis, è la capacità di relazionarsi con il mondo, specie quello illegale. Le relazioni tra terrorismo e mafie sono documentate da numerose inchieste che la studiosa americana cita. E il porto di Napoli è spesso centrale negli snodi dei traffici illeciti. La camorra è partner di pericolosi terroristi, lo era ieri e lo è oggi. Due forme pericolose di criminalità si incontrano e fanno affari, sporchi affari che non hanno dio, non hanno valori, non hanno scopi diversi dal danaro. Danaro ad ogni costo, danaro sporco, sporco di sangue e di terrore, sporco come più sporco non potrebbe essere.
A quei terroristi che hanno gettato in tragedia il Belgio ora, la Francia prima e il mondo intero sempre,  a quei terroristi qualcuno ha venduto le armi, ha dato supporto logistico per gli spostamenti finalizzati ad addestramenti e arruolamenti, ha garantito entrate finanziarie attraverso il traffico di droga.
Quei criminali, definirli terroristi li nobiliterebbe eccessivamente, sono stati aiutati anche da gente di casa nostra, anelli di una lunga catena che porta morte, distruzione e odio.
E non basta pensare di non essere colpevoli perché armare non vuol dire ammazzare. È arrivato il momento di riconoscere che ogni anello di quella maledetta catena ha la sua grande responsabilità, che si definisca stato, mafia o chissà cosa. Le deresponsabilizzazioni sono pericolose almeno quanto le sottovalutazioni.

Simona Melorio

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