Titolo: La malapianta
Autore: Gratteri Nicaso


Libri sulla mafia siciliana e sulla camorra occupano decine di scaffali delle biblioteche. Pochi invece sono i volumi dedicati alla ‘ndrangheta e alla Sacra Corona unita. Nel secondo caso perché si tratta di un fenomeno criminale relativamente recente (nasce negli anni ’80 del Novecento), nel primo caso perché probabilmente c’è stato un colpevole disinteresse ed una imperdonabile sottovalutazione.
Solo negli ultimi 10 anni si è avviata in maniera più strutturata una letteratura sulla ‘ndrangheta che, al livello accademico, vede tra i maggiori esponenti Enzo Ciconte e, tra i magistrati-scrittori, Nicola Gratteri che firma le sue pubblicazioni insieme ad Antonio Nicaso.
Si tratta di volumi che hanno il notevole pregio di raccontare una mafia pressoché sconosciuta con un taglio divulgativo, ma non per questo non rigoroso.
Ne “La malapianta”, in un dialogo serrato tra Gratteri e Nicaso, si racconta della ‘ndrangheta, da quando non aveva ancora un nome, fino ai giorni nostri. Dall’estorsione agli appalti truccati fino ai sequestri di persona,  al narcotraffico e ai reati contro l’ambiente.  L’organizzazione criminale calabrese, a partire dagli anni sessanta, arriva alla ribalta delle cronache proprio a causa dei rapimenti seguiti da richieste di riscatto.
Il sequestro sembra una particolare forma di estorsione: una estorsione sulle persone e non sui beni materiali, sui corpi e non sulle anime. Un reato che ha una forte ricaduta sul territorio perché, come si legge nel libro: “una quota del riscatto entrò nel circuito economico di alcuni paesi aspromontani, soprattutto con la costruzione delle case […] Alcuni boss fecero credere che i sequestri fossero un mezzo per garantire una più equa distribuzione della ricchezza.”
E di ricchezza ne arrivò tanta nelle tasche dei boss che la reinvestirono soprattutto nella droga.
Della droga essi sono praticamente leader indiscussi, interlocutori  rispettati dei cartelli sudamericani. Vengono ritenuti affidabili perché si pentono poco, infatti le ‘ndrine sono caratterizzate da legami di sangue. In esse le donne hanno un fondamentale ruolo di vestali della cultura mafiosa. E tale cultura, apparentemente arcaica, in verità ha saputo stare al passo coi tempi. Come si legge nel libro, essa: “ha saputo inserirsi nei grandi flussi finanziari, sottomettendo la cultura della violenza ai dettami della razionalità economica”.
Insomma questa “malapianta”, come dice Gratteri, attecchisce oggi ovunque ci sia convenienza economica e facilità a “piazzare” i propri servizi.
Forse essa è la mafia al momento più forte in Italia e all’estero, una mafia che questo libro fa conoscere in tutti i suoi aspetti con la chiarezza di chi la vive tutti i giorni, combattendola.

Simona Melorio

Simona Melorio, dottore di ricerca in Criminologia. Ha scritto, tra l’altro, per edizioni Labrys Cultura di camorra (2010) e Anticamorrra silente. Dalla repressione alle Peer Courts(2012); per il vol. 3 dell’Atlante delle mafie,  Da Terra di lavoro a Terra dei fuochi: evoluzione criminale di un clan “sconosciuto”; per Limes, Rivista di geopolitica, Ottobre 2014, Politici ed imprenditori, radiografia della camorra casalese; per gli Annali dell’Università degli studi del Molise, 15/2013, Il cliché bio-antropologico e pauperistico nello studio dell’eziologia delle camorre.L’esempio dei “sistemi” casalesi; per Narcomafie, Novembre 2014, L’importanza di dialogare sulle mafie

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