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Titolo: Pericle il nero 
Regia: Stefano Mordini
Anno: 2016
Produttore: 
Buena Onda con Rai Cinema, coprodotto da Jean-Pierre e Luc Dardenne e Alain Attal
Genere:
drammatico, noir
Paese:
Italia


Riccardo Scamarcio sarà Pericle il nero, nell’omonimo film in sala dal 12 Maggio e in corsa a Un Certain regard al Festival di Cannes.
Ma chi è “Pericle il nero”?

Lo conosciamo bene, a Napoli. Tutto comincia nel 1993, quando un certo Nicola Calata pubblica il suo primo libro, Pericle il nero, appunto. Ma il romanzo passa praticamente inosservato agli occhi del pubblico e della critica. Così, nel 1995 i diritti del libro vengono acquistati dall’editore francese Gallimard, che lo pubblica nella collana Série noir, diventando il caso editoriale dell’anno.

L’inaspettato successo oltralpe convince l’italiana Adelphi a pubblicarlo nuovamente in Italia nel 1998. Questa volta, pubblico e critica sono d’accordo. È un trionfo.

Nicola Calata è lo pseudonimo di Giuseppe Ferrandino. Ed è lui che ha creato Pericle il nero.
Si chiama Pericle Scalzone, ha trentacinque anni, camorrista, e ha un compito singolare. Mettere a posto quelli che a posto non ci vogliono stare. Lo fa stordendo la vittima con un sacchetto di sabbia, legandola a cavalcioni su una sedia e utilizzando certa pasta antibiotica. Così, semplicemente, in maniera piuttosto apatica e regolare. Non fa molto male, ma d’altronde lui non deve far male. Deve svergognare. Umiliare. Mortificare la dignità, e la virilità.

Quando una persona è svergognata, capisce e riga dritto. E il boss, frattanto, ha messo a posto il dissidente senza sporcarsi le mani.

Pericle sta al servizio di Luigino Pizza, chiamato così per via del suo business nelle pizzerie.

Nessuno deve mettersi contro don Luigino. In tal caso il boss sa cosa fare. Mandare Pericle a metterlo a posto. Cosa che accade a don Leone, parroco del paese, reo di aver tuonato dal pulpito della chiesa cose fetenti su di lui. Pericle è pronto, brandisce il suo sacchetto di sabbia ma qualcosa va storto, stavolta. Insieme a don Leone c’è difatti Signorinella, sarebbe a dire Francesca Coppola, sorella di Ermenegildo Coppola, illustrissimo boss. Quando Pericle se la trova davanti non sa che fare. Poi la colpisce e scappa.

Questo decreta la sua condanna. Qui comincia la sua fuga, o per dire meglio, il suo pellegrinaggio verso la conquista di sé.

Tutti vogliono fargli la pelle. Tutti i boss si coalizzano contro chi ha messo le mani addosso a Signorinella. Pericle deve salvarsi. E allora decide di fuggire lontano, verso Pescara.

E incontra Nastasia, polacca quarantacinquenne che lo accoglie nella sua casa e nel suo letto. Lo usa, lo sfrutta sessualmente ma sa di avere davanti un omuncolo poco intelligente. E Pericle lo sa. Ma non ci sta più a questo gioco. E allora scappa di nuovo. Torna a Napoli e affronta don Luigino.

Si fa consegnare dei soldi e poi torna al suo mestiere. Mette a posto pure Luigino Pizza, come fa sempre, come gli hanno insegnato.

Ma si blocca, Pericle. E pensa. Sta facendo quello che lo stesso Luigino e chiunque come lui farebbe al posto suo. Sta facendo quello che si fa in questi casi. Non sta scegliendo niente, neanche stavolta. Resta un omuncolo, Nastasia ha ragione.
Allora lascia lì il boss, prende i soldi e torna da Nastasia. E a quel punto riguadagna, forse, se stesso.

Pericle il nero, prima di essere un romanzo è un grido. Un grido di un uomo che nella sua lingua particolarissima, restituita precisamente dalla penna di Ferrandino, si perde, soccombe, rantola, si solleva, si ritrova.
Pericle Scalzone fa il suo mestiere da sette anni e lo fa fino a non sentirsi più l’anima. Come tutti i camorristi.

Ma lo fa e continua a farlo, inamovibile. Alienato da se stesso. Lo fa con una certa leggerezza e ironia. Lo fa perché glielo ordinano e lui esegue. Non è più un uomo. Perchè per fare il camorrista occorre disumanizzarsi. Esorcizzare cioè quella debolezza tipicamente umana. Nasconderla. Sfruttarla. In cambio di che cosa?

Pericle vuole suscitare soggezione. Vuole provare quello che provano Luigino e quelli come lui. Vuole sopraffare la gente. Questo vogliono tutti i camorristi.

Ma Pericle è stanco. Non si sente più l’anima. Allora prende una decisione, la prima, finalmente. Alza il telefono e chiama i carabinieri. E gli consegna niente meno che Signorinella, alias Francesca Coppola, sorella di Ermenegildo Coppola, vegliata in via Foria dal gotha della camorra locale.

Così Pericle riconquista la sua identità. Nel momento in cui la sua coscienza gli restituisce l’immagine di un uomo, e non di un camorrista.

E alla fine torna da Nastasia con il solenne proponimento di non tornare mai più a Napoli.

Dopotutto è Napoli a renderlo debole, pensa. Con le sue regole edificate sul nulla che partoriscono guappi, camorristi e pseudo imperatori di quartieri. Il merito di questo feroce romanzo sta nel fatto di averci fatto capire anzitempo che cos’è, davvero, la camorra.

E la camorra è questo. Una monarchia il cui sovrano è stato eletto su un principio irrisorio.

Eletto sulla strada, eletto per nulla e da nessuno.

La camorra è fatta di gente come Pericle. Venduti in nome di qualcosa di indefinibile eppure così prepotentemente forte. Gente che svolge il proprio miserissimo lavoro estraniata da sé, in maniera passiva e indolente, rituale, senza sentirsi più l’anima. Gente debole, gente che non sceglie. Gente che non vede nient’altro che la camorra. Gente cieca. Gente che non sa. Uomini che non conoscono. Se stessi prima di tutto.

Viola Scotto di Santolo

Viola Scotto di Santolo, classe 1991, nata a Napoli e laureata in Scienze della Comunicazione. Redattrice per il giornale online ‘Epress – Libera Informazione Flegrea’, ha collaborato con il quotidiano ‘Il Roma’ nella sezione Cultura. Iscritta, attualmente, al Corso di Laurea Magistrale in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica presso l’Università Federico II di Napoli, gestisce un blog sul web. A Dicembre 2015 ha pubblicato, per Edizioni Eracle, il suo romanzo d’esordio, Il verso della rana.

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