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«Credo che tutti i napoletani debbano vedere quel documentario, soprattutto quelli che appartengono alla cosiddetta “Napoli bene”, quella borghesia più o meno “alta” che spesso fa finta di niente perché trova più conveniente ignorare il problema, oppure, peggio ancora, lo affronta, lo analizza e immagina anche di poterlo risolvere con quella punta di inesorabile snobismo che la caratterizza da sempre» (La Repubblica Napoli).

L’ha detto Henry John Woodcock, pm antimafia della Procura di Napoli, qualche giorno fa riferendosi a ‘Robinù’, il documentario curato da Michele Santoro che racconta il contesto criminale nel quale sono emersi prepotentemente i “baby boss” nella gestione della attività illecite. Il magistrato, in realtà, è andato anche oltre sostenendo che esiste una parte della città che è assente nella lotta alla camorra: «quella parte di napoletani preoccupati solo di ritrovare l’auto o la moto all’uscita del cinema e di andare a cenare, senza essere disturbati dall’altra parte della città che avvertono come estranea e diversa rispetto a loro», ha chiosato ironicamente durante un incontro a Venezia per la proiezione del documentario del giornalista.

Se partiamo dall’idea che il contrasto alla camorra, e a qualsiasi forma di criminalità mafiosa, debba appartenere a tutti allora possiamo convenire sulla posizione di Woodcock, magistrato che in questi anni ha condotto indagini e inchieste importanti come quella, appunto, sulla “paranza dei bambini”. La battaglia contro le mafie è di tutti e nessuno può e deve avere il monopolio. Certamente è necessario che, anche in questo settore, ci siano competenze e consapevolezze. Nessuno si aspetta che il singolo cittadino da un giorno all’altro possa “eroicamente” sacrificarsi per tentare di sconfiggere la camorra. Servono, piuttosto, gesti quotidiani, costanti e consapevoli che necessitano di una buona educazione e di una informazione altrettanto efficace. Il tutto non dimenticando che la camorra resta un fenomeno strettamente collegato allo scopo di accumulare ricchezze e mantenerle nel tempo: un dettaglio che troppo spesso viene dimenticato o accantonato per rifarsi facilmente a tesi culturaliste che quasi mai hanno validi fondamenti.

Se a Napoli dopo duecento anni esiste ancora la camorra è perché nel tempo ci sono state persone che hanno beneficiato dei suoi “servizi”: a partire dal controllo del territorio alla protezione, dalla convenienza sino all’aiuto. E ne hanno approfittato praticamente tutti: politici, professionisti e semplici cittadini. Le cause sono tante. La nostra attenzione, però, deve essere tutta sulla cura da questo male che non è atavico – come erroneamente si pensa – ma che ha accompagnato la crescita della terza città più importante della Penisola.

La sconfitta della camorra – che non è un unico corpo ma spezzettata in decine e decine di clan e centinaia di famiglie, e dunque migliaia di criminali – deve partire delle forze dell’ordine e dalla magistratura – insieme a tutte le istituzioni preposte – ma è fatta da napoletani di ogni ceto sociale. La borghesia deve essere parte integrante di un unico popolo che prova continuamente a ribellarsi. Ciò lo dimostrano le decine di iniziative in città, i progetti nelle scuole, l’attivismo delle associazioni e la reazione dei cittadini.

Che esista una frattura tra cittadini di condizioni sociali diverse è evidente. Ma ci auguriamo che nella lotta alla camorra – una delle tre organizzazioni mafiose più pericolose al mondo – ci siano tutti.

Alessandro Bottone

1. L’accusa del pm Woodcock: “A Napoli nella lotta alla camorra la borghesia è assente” (La Repubblica Napoli)
2. Woodcock, la borghesia e i mali della città (La Repubblica Napoli)

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