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Al di là delle numerose e popolari tesi culturaliste le mafie restano organizzazioni criminali di natura economica. Se il loro scopo è guadagnare, accumulare ricchezze e cercare relazioni adeguate con chi detiene il potere politico-amministrativo per creare tutte le condizioni favorevoli ai loro obiettivi, c’è chi dall’altra parte lavora per stanare il fenomeno mafioso. In particolare è interessante capire e approfondire il legame tra le mafie e l’economia italiana: in che modo, quindi, si influenzano e i motivi per i quali alcune – in realtà molte – aziende nostrane scelgono di “sporcarsi”. Da un’indagine portata avanti da tre economisti dell’Università di Padova – che analizza centoventi operazioni di polizia condotte nel centro-nord Italia – è emerso che “le aziende criminali risultano tutt’altro che piccole e marginali: anzi sono trasversali a tutti i settori economici e spesso sono più grandi e profittevoli di quelle sane con quasi 8 milioni di ricavi in media” (Il Sole 24 Ore). I dati – che si riferiscono a una platea di oltre 1500 persone e oltre mille aziende italiane accusati di associazioni a delinquere di stampo mafioso – portano una distinzione tra le ”cartiere”, ovvero le aziende che vivono di riciclaggio e quelle di “supporto” le quali hanno ricavi pari a zero e molti costi per servizi, come scrive lo stesso giornale. Poi le “aziende start”, ovvero le ”grandi, performanti e ben visibili sul territorio, servono soprattutto per infiltrare e orientare il sistema socio-politico”. Alla base di queste realtà imprenditoriali ci sono capitali illeciti, frutto di reati di natura mafiosa come estorsione, usura, contrabbando di merce, ecc. È utile sottolineare che l’indagine focalizza l’attenzione sulle regioni del centro-nord della Penisola. Quella stessa parte che – si legge nello stesso articolo – è “ancora culturalmente impreparata a riconoscere e a combattere un fenomeno nato altrove come quello delle mafie”. La soluzione sta, ancora una volta, nell’informazione. La conoscenza specifica del fenomeno aiuterà a esserne consapevoli. Per arrivare a ciò, però, è necessario avere una informazione indipendente, fatta di media civici che riescano a mettersi in rete per porre l’attenzione su temi delicati. A partire dai grandi appalti, quelli in cui vengono investiti milioni di euro per ogni bando. Oppure l’ambiente, spesso tartassato da interessi criminali (si vedano la terra dei fuochi oppure gli sversamenti delle grandi aziende nei corsi fluviali). Una informazione che, certamente, non deve diventare di nicchia ma abbracciare un pubblico sempre più ampio. A partire dai giovani, dagli studenti, che devono formarsi e devono essere educati a riconoscere un fenomeno che ha prodotto danni enormi al nostro Paese.

Alessandro Bottone

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