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“Non potevamo non aprire un’inchiesta sull’antimafia con l’obiettivo di svelare le opacità e le contraddizioni ma anche con la preoccupazione di ridare al movimento antimafia tutto il valore che ha”. A dirlo è stata la presidente della Commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi. Una dichiarazione che ritorna sull’importante momento di riflessione nato attorno al movimento antimafia, istituzionale e sociale, dopo la comparsa di alcuni scandali che hanno riguardato sia la magistratura che personalità impegnate contro le mafie. La premessa è semplice: serve trasparenza e rigore in un campo talmente delicato come quello dell’antimafia dove a operare sono in tanti: istituzioni, realtà associative, singole personalità. Se da un lato la riflessione sul movimento antimafia in Italia si è, probabilmente, accanita sui cosiddetti “professionisti dell’antimafia”, dall’altro è stata dispersa la necessità di maggiore chiarezza negli interventi contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso che insistono sul territorio nazionale e non solo al sud. Se l’antimafia istituzionale – in particolare forze dell’ordine e magistratura – risponde all’obiettivo di contrastare le mafie, le loro risorse economiche e non, e fare in modo che i loro danni siano limitati nel tempo e nello spazio, l’antimafia sociale – scuola, famiglia, chiesa e tutte le agenzie educativo-formative – deve necessariamente parlare di prevenzione e preparare le persone a saper scegliere, a saper decidere sapendo innanzitutto distinguere il fenomeno mafiosi da modelli criminali diversi. L’antimafia sociale di oggi è, probabilmente, troppo generica e solo parzialmente fissata in progetti specifici. Leggiamo e ascoltiamo troppo spesso di progetti per la legalità e per l’antimafia ma non abbiamo la certezza che questi siano effettivamente produttivi. L’antimafia non solo va valutata nei fatti ma anche negli effetti che produce su giovani e non. Su come questa è capace di cambiare, in meglio, quelle società dove le mafie hanno prodotto danni assurdi al territorio, alle popolazioni e allo sviluppo di nuove energie. Un buon esempio di attivismo antimafia è, per citarne uno, la proposta di un modello economico diverso da quello delle mafie nel quale l’accumulazione di danaro si mixa alla violenza, alle intimidazioni, ai legami con politici e imprenditori corrotti, all’offerta di beni e servizi di scarsa qualità per i quali non vengono rispettati i diritti minimi. Un tipo di economia, sicuramente illegale, che frutta tantissimi soldi ma che non crea sviluppo. Un’altra forma di antimafia che preferiamo è quella del consumo critico, un movimento nato dal basso col quale semplici cittadini fanno scelte virtuose e in modo assolutamente consapevole nell’aiutare un imprenditore o commerciante che ha scelto di non cedere al “pizzo” o allo strumento dei prestito usurante. Antimafia è libera scelta consapevole in un mercato in cui la legalità deve assolutamente prevalere.

Alessandro Bottone

1. Bindi, la mafia di oggi è più pericolosa (Ansa)

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