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“Offrire allo spettatore qualcosa che si conosce già, ma in un modo nuovo”, è così che Paolo Mereghetti – critico cinematografico del Corriere della Sera – introduce la questione del remake cinematografico nell’ambito dell’incontro “The big short. Cinematografia e potere nel mondo contemporaneo” tenutosi ieri presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il cinema si ripete e confluisce nel suo inizio, come una spirale senza fine, nel tentativo di sopravvivere a un mondo consumistico che non si accontenta più. Nel corso degli anni, le nuove immagini si sono sovrapposte a quelle precedenti, e ne sono diventate un’imitazione barbara o un’accurata rivisitazione. Ma gli occhi dello spettatore si sono trasformati negli occhi del critico, pronti a mostrare il loro disappunto di fronte al “già visto”.
Eppure, a sentire Mereghetti, il “già visto” si è trasformato negli ultimi anni nella linfa vitale della cinematografia. Di fronte a una produzione cinematografica sempre più costosa e alla ricerca di una qualità d’immagine elevata, il cinema si ricuce su se stesso, perché se il “già visto” ha colpito in passato, magari colpirà ancora.
“È un’industria che ha paura di sperimentare il nuovo”, continua il critico cinematografico.
Ed è così che la cinematografia si è trasformata in un nido sicuro di un immenso coacervo di film di mafia.
Dal genere thriller, al comico, da “Il padrino” a “Some like it hot” con la meravigliosa Marilyn Monroe, la mafia è stata stirata, accartocciata, addolcita, demistificata, mentre il cinema si cullava nella certezza del suo successo.
Dai film di denuncia ai film sorriso, l’immagine del mafioso ha subito tutte le possibili distorsioni ed è stata ripetuta all’infinito dai registi più disparati.
La domanda sorge spontanea: le esigenze di audience del cinema possono essere producenti o controproducenti in un ambito così delicato? Possono contribuire a sensibilizzare lo spettatore o sviliscono la portata stessa del fenomeno?

Rita Annunziata

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