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In Italia il provvedimento di un tribunale può fare notizia ma non legge,  a differenza di quanto accade nei paesi anglosassoni dove le decisioni dei tribunali sono precedenti autorevoli.
E in Italia non esiste alcuna legge che imponga di eliminare la patria potestà in capo ai mafiosi, anche se qualcuno lo ha proposto in Parlamento.
Dunque, la decisione del Tribunale per i minorenni di Napoli di togliere sei bimbi alle famiglie va inquadrata al di là della mafiosità dei genitori. Bisognerebbe conoscere esattamente la situazione in cui  vivevano quei minorenni per giudicare chi giudica.
Ogni volta che accadono cose simili appare inevitabile registrare che lo Stato ha perso,  è arrivato tardi, non ha saputo evitarlo.
Come afferma Isaia Sales: “Molte teorie criminologiche ricordano che la deprivazione degli affetti familiari può generare criminali. Ma stare in ambienti criminali può avere lo stesso effetto.”
E allora che fare?
Sicuramente non sventolare lo spauracchio della perdita dei figli come deterrente per i mafiosi, perché questo causerebbe il paradosso che i figli pagano le colpe dei padri. D’altra parte essere criminali non significa in assoluto essere cattivi genitori. E poi perché si dovrebbe togliere i figli ai mafiosi che spacciano e non ai colletti bianchi che creano danni ben più gravi?
Insomma l’impressione è che la legge attualmente in vigore debba essere applicata per quella che è, valutando caso per caso condizioni di degrado e di pericolo per i bambini, senza mai perdere di vista il loro superiore interesse. Nel futuro poi si potrebbe sperare di trovare soluzioni alternative che consentano a genitori e figli di riabilitarsi all’interno della società insieme, seguendo comuni programmi di rieducazione.  Questo dovrebbe fare lo Stato da buon padre di famiglia. Cercare alternative ad un abbandono necessario.

Simona Melorio

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