Il punto221 | Arturo e Luigi: due casi emblematici di partecipazione e omertà

A distanza di tre settimane dall’aggressione di una banda di minorenni a carico del diciassettenne Arturo avvenuta in Via Foria, la situazione sembra essersi impantanata senza ulteriori riscontri positivi nell’indagine portata avanti dalla Squadra Mobile e dalla Procura dei Colli Aminei. Tra i quattro assalitori solo uno di questi – un quindicenne – è ora rinchiuso nel carcere minorile di Airola, mentre gli altri tre, o per alibi o per mancanza sufficiente di prove, sono ancora a piede libero. 
Arturo, dimesso dall’ospedale per la festa dell’Epifania, porta su di sé le cicatrici fisiche e psicologiche di un’esperienza traumatica che nessun giovane dovrebbe mai provare. Ciò che indigna ancora di più chiunque venga a conoscenza dei fatti che hanno avuto luogo quel giorno, è la gratuità con la quale si è verificata l’aggressione nella settimana precedente a quella natalizia. Nessun regolamento di conti, né una lite scaturita da chissà quale pretesto, assolutamente no. Pura violenza gratuita che la madre del giovane, Maria Luisa Iavarone, docente di pedagogia presso l’Università Parthenope di Napoli, in un’intervista definisce “banalità del male”, facendo riferimento alla famosissima opera letteraria della scrittrice Hannah Arendt. Qui però non ci sono processi politici, né tribunali adibiti a condannare crimini contro l’umanità, eppure il riferimento alla banalità del gesto criminale perpetuato al solo fine di arrecare dolore, sofferenza e morte, calza alla perfezione. 

In queste settimane sono state molte le iniziative popolari per mostrare al giovane napoletano e alla sua famiglia la solidarietà dell’intera città: dalla manifestazione solidale alla quale hanno preso parte migliaia di cittadini, giovani, commercianti della zona e membri di associazioni e istituzioni, alla visita da parte di molti amici e studenti anche di altre scuole napoletane, all’Ospedale Monaldi presso il quale Arturo era ricoverato, fino alla visita personale da parte del sindaco De Magistris e del cardinale Crescenzio Sepe che ha regalato al ragazzo dei doni proprio in occasione dell’Epifania. Ma nonostante la risposta calorosa della popolazione, la situazione sembra aver preso una piega frustrante per la famiglia della giovane vittima. La madre che ha scelto di perseguire la giustizia fino alla fine, elevandosi a baluardo contro l’illegalità, racconta ai microfoni di varie testate come spesso le siano state voltate le spalle da persone che avrebbero potuto aiutarla nelle indagini, e racconta anche dei consigli che ha avuto, da parte di terzi, di lasciar perdere e di abbassare i toni insistenti con i quali ricerca la verità. 

Il caso Arturo richiama alla mente un altro evento drammatico avvenuto pochi giorni dopo, esattamente la vigilia di Natale, e a pochi chilometri di distanza: nel casertano, precisamente a Parete, Luigi un ragazzo di quattordici anni, è stato colpito da una pallottola vagante mentre passeggiava con gli amici in una delle vie principali del paese. È tuttora in coma nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta e ogni minuto che passa la situazione rischia di aggravarsi sempre più. Anche qui, il 29 dicembre, la comunità si è stretta intorno a Luigi e alla sua famiglia, organizzando una fiaccolata in nome della giustizia e della legalità, alla quale hanno preso parte migliaia di cittadini. Ma anche stavolta, le indagini sono ferme, ristagnano in un pantano di apatia e indifferenza, nel quale lo scorrere del tempo conduce. Quest’ultimo è una livella – citando la poesia del grande Totò – che come la morte, appiattisce qualunque spinta emotiva, qualunque empatia inizialmente provata. Ma la giustizia e la legalità non possono muoversi secondo i canoni delle emozioni. Perseguire la verità è compito di tutti, delle istituzioni, nel loro ruolo di garanti della sicurezza e dei diritti del popolo, e dei cittadini comuni.

Questi due tristi eventi, quello di Arturo e di Luigi, e il loro decorso lento e articolato, ci inducono a vedere un ritorno ad un fenomeno omertoso quasi dimenticato. Nonostante la macchina funzionale dell’antimafia e dell’anticriminalità, abbia creato, negli ultimi anni, una fiducia maggiore nelle persone, nonostante il forte coinvolgimento emotivo nei confronti delle due giovani vittime e le distanze, da tutti prese, nei confronti di tali atti scellerati, la collaborazione è ancora troppo poca. Forse, e non è azzardato presupporlo, la presenza radicata sul territorio di gruppi criminali e camorristici, genera ancora troppo timore nelle persone e troppa poca fiducia nelle istituzioni. In casi come questi, oltre al grande lavoro delle forze dell’ordine, servirebbe davvero una mobilitazione popolare maggiore per assicurare alla giustizia chi si è macchiato di tali crimini.

Jean Daniel Patierno

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L’intervista a Stefano Siervo, imprenditore napoletano

Stefano Siervo è un giovane imprenditore napoletano che gestisce, insieme alla sua famiglia, un’azienda nel cuore di Napoli, tra il corso Arnaldo Lucci, piazza Garibaldi e via Galileo Ferraris.

Lavorano il poliuretano espanso e forniscono rivenditori al dettaglio dagli anni ottanta.

1) Di cosa ti occupi?

“Mi occupo della gestione, insieme a mio padre,di un’azienda che lavora poliuretano espanso.

Penso che in Italia, attualmente, sia molto ‘complesso’ il mondo dell’imprenditoria.

L’azienda è stata fondata da mio padre e dai fratelli negli anni ottanta.

Inizialmente si occupavano di tessuti, successivamente mio padre ha deciso di lavorare il poliuretano espanso e ampliare il mercato.”

 2) Quante persone lavorano nella tua azienda?

“Ad oggi il gruppo Siervo comprende circa sessanta/settanta lavoratori.”

3) Ci sono dei programmi dedicati al reinserimento lavorativo degli ex detenuti?

“Attualmente no. Non ci abbiamo mai pensato e non ci è stato mai proposto, ma l’idea mi piacerebbe molto.”

4) Un’azienda nel cuore di Napoli. È difficile fare l’imprenditore in questa città?

“È difficilissimo.

Viviamo in una città che vive enormi problemi di carattere diverso; dalla camorra fino ad arrivare alle istituzioni decisamente assenti in questi settori.

Penso sinceramente che se la nostra azienda non si trovasse in questa città i risultati sarebbero molto positivi rispetto alla situazione attuale.

Il meridione ha subito e subisce tanto, per le persone lavorare è fondamentale, danno tutto quello che hanno, lavorano tutti con grinta e passione, ma si incontrano non poche difficoltà.”

5) L’imprenditoria è un settore molto vulnerabile, si percepisce la presenza della camorra?

“Personalmente non l’ho mai percepita, non ho mai affrontato di persona la presenza della camorra. Nella nostra azienda lavorano molte persone del quartiere.

L’azienda è più grande rispetto a realtà locali meno grandi, che sono decisamente più vulnerabili.

È capitato piuttosto in passato che persone venissero a chiedere un ‘mensile’, ma fortunatamente si sono rivelati sempre episodi singoli. Non abbiamo mai preso in considerazione l’idea di pagare la camorra per godere di una sorta di ‘tranquillità’.”

6) Durante quegli episodi avete mai subito minacce da parte della camorra?

“No, fortunatamente nulla di rilevante, soltanto le ‘richieste’ di cui ti parlavo mai prese in considerazione. Ad oggi non è ancora ricapitato.”

7) Avete chiesto aiuto alle forze dell’ordine in quelle occasioni?

“No.”

8) Per omertà?

“Non per omertà.

Credo che in questa città le forze dell’ordine non garantiscano sempre la sicurezza necessaria.

A volte sono ammanigliate con il ‘sistema’, non si dice a voce alta ma sappiamo che spesso si è rivelato vero. Diciamo piuttosto che ci credo poco.”

9) Fate parte o venite supportati da associazioni antiracket?

“No.”

10) Lo fareste?

“Si.”

11) Perché a loro e non alla polizia?

“Perché loro capirebbero la situazione complicata che si vive.

La forza si crea con l’unione di persone che stanno vivendo un problema simile e vogliono davvero aiutarsi.

Ho subito reati minori, non in azienda, ma come privato cittadino e ti dico che non mi sono sentito protetto dalle forze dell’ordine.

Purtroppo la penso così, perché noi napoletani vediamo cose che non funzionano e istituzioni che sembrano arrivare sempre ‘un attimo dopo’.”

Di Chiara Maria Forino

Il punto 220 | Colpa di Gomorra?

Nu popolo e surdate sta criscenne

cu ll’ogne fatte a punta di coltello

infanzia, adolescenza, viecchie cu e capille ianche

criature senza capa e senza cosce,

sulo cu e mmane, mane armate,

mane ca vottono o terreno dint’all’uocchie,

ca bucano o sole e a luna.

Guardate, sti criature ntussecus comm’a guappo.

Che ponno tenè? Duie, tre anni?

Zompan’e nuvole e sparano, pah!

Sparan mmocc, sparan dint’e vene giugularie,

sparano sempre e sulo a chi tene o core.

Scetateve. Io vi dico. Scetateve. Scetateve.

(Tratto da “Ragazze sole con qualche esperienza” Enzo Moscato)

MARCO D’AMORE

Tutti si chiedono il perché attualmente vi sono sempre più giovani attratti dal mondo criminale e camorristico. C’è chi dà la colpa alla serie tv Gomorra, che racconta la malavita insita nel tessuto sociale, economico e politico di Napoli e mette in scena una guerra permanente. Queste persone sostengono che il “vedere” si trasforma in “fare” e come sostiene il sociologo Adorno, “un uomo diventa uomo solo imitando un altro uomo”; si forse questo sarà vero, ma, non è semplicemente una fiction o un libro che induce alla violenza. Questi ragazzini di strada hanno esempi molto più vicini da emulare, come la famiglia e gli amici.

Gomorra fa riflettere sulla realtà, non la crea. I personaggi della serie sono personaggi disperati, angosciati e sconfitti a turno ad ogni episodio, vivono una vita devastata. Se un ragazzo sogna di diventare un malavitoso, imita le gesta, il modo di muoversi, gli atteggiamenti dei camorristi. La colpa non è di un film, ma dell’educazione che viene loro impartita dall’ambiente in cui vivono.

Sono ragazzi che già crescono in un ambiente dove la violenza la fa da padrona, dove c’è un deficit di valori e la criminalità non chiede altro che legittimarsi come punto di riferimento, non c’è bisogno che prendano spunto altrove. Sono la famiglia e il territorio la rovina di questi ragazzi. È fondamentale quindi che le istituzioni se ne prendano cura, affinché vengano rieducati ai valori della vita.

Vorrei concludere con le parole di Cristina Donadio, che in Gomorra interpreta il personaggio di Scianel, reggente di una delle piazze di spaccio di Scampia: “Attenzione, noi non siamo degli eroi. Siamo l’espressione massima dell’orrore, ricordatevelo!”.


Rosa Russo

Il punto219 | Criminalità e denunce nel 2017

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Alla fine del 2017, le statistiche vincono i cliché, registrando l’immagine di un Paese in cui la criminalità non conosce Nord e Sud, polentoni o terroni, tortellini&ossobuco o pizza&mandolino.
Secondo il rapporto Censis sulla situazione sociale dell’Italia, sarebbe infatti Milano la città italiana con il più forte “peso criminale”, ovvero con un più cospicuo numero di reati registrati rispetto alla popolazione residente.
Il capoluogo lombardo segna 7.375 illeciti all’anno ogni 100 abitanti, seguito da Rimini con 7.023, Bologna con 6.6 e Torino con 6.0. Tra le città più sicure primeggiano Oristano, Pordenone, Rieti, Enna e Sondrio, con la minor incidenza di reati.
Per quanto riguarda, invece, il numero delle denunce, è stato registrato un ulteriore trend negativo. Nel 2016 i reati denunciati in Italia sono stati 2.487.389, ovvero l’8,2% in meno rispetto al 2008. Anche in questo caso, in cima alla graduatoria resta Milano con 237.365 reati denunciati, seguita da Roma con 228.856 e Torino con 136.384. Quarto posto per Napoli, dove sono stati registrati 136.043 reati (circa 370 denunce al giorno).
La città partenopea primeggia, invece, per numero di omicidi (162 tra commessi e tentati) e rapine (in aumento del 9% rispetto al 2015, anche se la Questura ha registrato un calo del 17% tra i mesi di gennaio e settembre).
Secondo le statistiche generali, nel breve periodo diminuiscono furti, omicidi e rapine, ma aumentano i borseggi, i furti in abitazione, le truffe tradizionali e su internet.
Nello specifico, nel 2016 sono stati denunciati 162.154 borseggi, ovvero il 31% in più rispetto al 2008, con un’incidenza media nazionale di 2,7 borseggi ogni 1.000 abitanti, mentre le truffe sono cresciute del 45,4% (151.464 nell’ultimo anno).
Un bilancio, dunque, che chiude il 2017 in oscillazione tra trend positivi e negativi, riduzioni e aumenti, nella speranza, mai vana, di un 2018 all’insegna di un cambiamento e di un miglioramento che possano coinvolgere l’intero territorio nazionale.

 

Rita Annunziata

 

 

Link di approfondimento:

“Sicurezza, rapporto Censis: Milano è la città con più reati denunciati, Napoli quarta”, su Repubblica.it.

“Dal 51° Rapporto Censis – Sicurezza e cittadinanza”, su Ladigetto.it.

“Classifica reati in Italia: Napoli al 1° posto per omicidi, Milano la più pericolosa”, su Vesuviolive.it.

 

Il punto218 | Una esperienza lavorativa entusiasmante

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Ho sempre avuto un particolare interesse per questi argomenti ma, dopo aver frequentato il corso “Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d’Italia” con il Professor Isaia Sales, questo interesse è diventato passione. Dopo la laurea ho avuto l’occasione di partecipare e vincere un bando di concorso come ricercatrice junior con un ricercatore senior, il Professore Marcello Ravveduto dell’Università di Salerno. “La camorra tra cronaca ed immaginari new mediali”, è il titolo della ricerca finanziata dalla Fondazione Polis e realizzata dal centro Res Incorrupta dell’Università degli studi Suor Orsola Benincasa, questa ricerca è nata per analizzare l’evoluzione della criminalità organizzata nella città di Napoli. Entusiasta e, nello stesso tempo timorosa per questa nuova avventura, mi sono tuffata a capofitto. Questo mio timore l’ho superato grazie al supporto di un Professore di così alto livello, quale è Marcello Ravveduto.

Il periodo di osservazione preso in considerazione è il trimestre gennaio/marzo 2017. La prima parte della ricerca si è focalizzata sulla cronaca dei fatti di camorra nella città di Napoli e la fonte principale è stata la rassegna stampa della Fondazione Polis. Sono stati analizzati 11 testate e 317 articoli e da questi articoli sono state estratte 333 parole chiave. Le parole rilevate con maggior frequenza sono state droga, raid, stesa, agguato, pizzo, piazza di spaccio, vittima innocente, sparatoria, faida, racket. Sono stati selezionati alcuni articoli di rilievo come “Polveriera Forcella”, “Inferno nella Casbah”. Dalla lettura degli articoli sono stati rilevati nomi di clan, nomi di camorristi ed i quartieri dei camorristi.  Nella seconda parte della ricerca sono stati analizzati le testate del web, i video caricati su Youtube e gli hashtag presenti nei social network. Infine, tramite un profilo fake, è stata condotta un’osservazione sui profili Facebook dei giovani devianti, che ha permesso di poter capire come sono, come si comportano e come vivono oggi i “nuovi camorristi”: vi sono nuovi simboli d’identificazione, nuovi linguaggi, nuovi modelli di riferimento e nuovi generi musicali.

Il mio ringraziamento va innanzitutto alla Fondazione Polis e l’Università Suor Orsola Benincasa per avermi permesso tutto ciò e ancora di più vorrei ringraziare il Professore Marcello Ravveduto che, con la sua disponibilità, mi ha fatto crescere professionalmente.

 

Rosa Russo